Wood Turismo nelle valli cuneesi: legno, borghi e sentieri

Pubblicato il: 15 Ottobre 2026
Tempo di lettura: 11 minuti

Gruppo di statue in legno raffiguranti un falegname e altre figure nel borgo di Torrette, in Valle Varaita.

Ciao a tutti! Lo scorso weekend sono partita per vedere l’autunno nelle valli cuneesi. Questo, almeno, era il programma ufficiale…

Quello reale prevedeva naturalmente di fermarmi davanti a ogni statua, portone, balcone, vecchio attrezzo, catasta ben sistemata e pezzo di legno abbastanza curioso da farmi dimenticare che, teoricamente, ero lì per ammirare il foliage. Ma ormai mi conosco: posso anche scegliere una meta innocua e generica, poi basta che da qualche parte spunti qualcosa di intagliato e la mia attenzione cambia immediatamente proprietario. 🤦🏻‍♀️

In due giorni ho attraversato la Valle Maira e la Valle Varaita. Sono tornata sul Sentiero degli Gnomi di legno di Prazzo quasi cinque anni dopo la mia prima visita, ho finalmente mantenuto una vecchia promessa al Canyon Rio Bello di Villar San Costanzo, ho camminato fra le case di pietra e legno di Chianale e Torrette e ho concluso il viaggio nel bosco dei Sarvanot di Rore.

Mentre passavo da una tappa all’altra mi sono resa conto che questo non era soltanto un fine settimana dedicato all’autunno e alle sculture in legno. Dentro c’erano natura, architettura alpina, artigianato, recupero dei borghi, mestieri scomparsi, leggende occitane e comunità che cercano di non lasciare morire i propri luoghi.

Insomma, era esattamente ciò che da qualche tempo chiamo Wood Turismo. Ultimamente uso questa espressione nel blog e nei miei video, ma non mi ero mai fermata a spiegarla bene. È arrivato il momento di rimediare.

Che cos’è per me il Wood Turismo?

Il wood turismo, come ormai lo chiamo con una certa naturalezza, non consiste semplicemente nell’andare in un bosco. Altrimenti qualunque passeggiata tra gli alberi rientrerebbe automaticamente nella categoria e potrei dichiarare concluso questo articolo in tre righe, con grande soddisfazione dei miei cronici ritardi editoriali. 😇🤣

Non significa neppure cercare soltanto luoghi pieni di statue lignee. Per me il wood turismo è un vero modo di viaggiare che sceglie come mete luoghi in cui il legno abbia qualcosa da mostrare: scolpito, intagliato, lavorato, costruito, recuperato o trasformato in arte, architettura e testimonianza del passato.

Può portarci lungo un sentiero popolato di sculture, dentro la bottega di un artigiano, in una fiera dedicata alla lavorazione del legno, in un museo, in un borgo caratterizzato dalla sua architettura lignea o davanti a un antico mulino. Il legno non deve necessariamente essere l’unico protagonista, ma deve avere un ruolo abbastanza importante da giustificare la tappa, non essere una presenza puramente casuale.

Questa, per me, è la differenza fondamentale: il mio wood turismo non consiste nel contare quante statue incontriamo, ma nel capire che cosa il legno racconta delle persone, del paesaggio, del tempo che è passato e, naturalmente, della bravura, dell’ingegno e della sensibilità di chi lo ha lavorato e continua a lavorarlo.

Ne avevo già accennato parlando della mia ormai conclamata wood obsession. Se ami davvero questo materiale, a un certo punto cambia anche il tuo modo di viaggiare. Non cerchi più soltanto un bel panorama: cominci a scegliere le mete anche per ciò che vi potrai vedere in legno e per i modi in cui è stato lavorato, conservato o reinventato. Questo fine settimana nelle valli cuneesi ne è stato un esempio perfetto.

Prima tappa:
il Sentiero degli Gnomi, quasi cinque anni dopo

Il viaggio è cominciato in Valle Maira, tornando a San Michele di Prazzo sul Sentiero Remo Einaudi, conosciuto quasi da tutti come Sentiero degli Gnomi di legno.

Non era una scoperta: gli avevo già dedicato l’articolo Il Sentiero degli Gnomi: scoprire la Valle Maira. All’epoca avevo fotografato il percorso, raccontato le borgate, gli antichi mulini e le opere di Barba Brisiu, ma non avevo realizzato un vero video.

Questa mancanza mi era rimasta lì, piccola ma fastidiosa. Una specie di gnomo editoriale che ogni tanto usciva da dietro un albero per ricordarmi: «Bello l’articolo, ma il video?». 🤣 Così sono tornata. Rivedere un luogo dopo quasi cinque anni è strano. La prima volta si cerca di osservare tutto; la seconda si cominciano a notare i cambiamenti.

Anche le sculture, esposte alle stagioni, diventano parte del ciclo naturale: il colore si modifica, il legno porta i segni del tempo e alcune figure sembrano ancora più integrate nel bosco. Non danno più l’impressione di essere state semplicemente collocate lungo il percorso. Sembrano aver conquistato il proprio angolo fra radici, foglie e pietre.

Il sentiero parte dalla zona di Borgata Chiesa e attraversa altri piccoli nuclei, fra i quali Castiglione, Chiotto e Rabiera. È un itinerario nel quale l’intaglio non serve soltanto a decorare il cammino: invita a guardare meglio. Si cercano gnomi, animali e spiriti del bosco, ma intanto si osservano i mulini, le vecchie architetture e il modo in cui le borgate si inseriscono nel territorio della montagna.

Questa volta ho finalmente realizzato anche il video che, come sempre, non sostituisce il vecchio articolo ma lo completa. L’articolo conserva il racconto della prima visita; il video mostra il sentiero com’è oggi e permette di confrontare le due esperienze a distanza di anni.

Questo è un altro degli aspetti che mi interessano del wood turismo: non collezionare mete per poi cancellarle dalla lista, ma ogni tanto tornare. Vedere come cambiano le opere, se il sentiero e le installazioni vengono curati con costanza e se un borgo recuperato continua davvero a essere vissuto.

A volte si inaugura un percorso, si fanno le fotografie, se ne parla per qualche mese e si attirano visitatori. Poi i riflettori si spengono e sembra non interessare più a nessuno. Peccato che una scultura collocata in un bosco non si conservi da sola: dal giorno dell’inaugurazione comincia un’altra storia, fatta di pioggia, sole, gelo, manutenzione e persone disposte a occuparsene.

Tornare non significa necessariamente portare più gente. Significa seguire un luogo nel tempo e parlarne anche quando non rappresenta più la novità del momento, senza concentrare folle improvvise in zone spesso piccole e delicate.

È un rischio sul quale avevo già riflettuto nell’articolo dedicato al Giardino Belvedere: promuovere la bellezza è importante, ma dobbiamo cercare di essere la fortuna di questi luoghi, non la causa del loro declino.

Con il mio wood turismo vorrei promuovere anche un modo più consapevole ed ecologico di viaggiare: camminare, osservare, rispettare ciò che si incontra e capire quanto lavoro serva per conservarlo. Non usare boschi, borghi e opere come fondali da consumare in fretta, ma considerarli luoghi vivi, ai quali vale la pena prestare attenzione anche dopo la prima visita.

Rio Bello: una promessa mantenuta…
con qualche anno di ritardo 🤦🏻‍♀️

Nel vecchio articolo sul Sentiero degli Gnomi avevo scritto che nella Riserva naturale dei “Ciciu del Villar” stava nascendo un nuovo percorso con una ventina di animali scolpiti nel legno. Avevo anche aggiunto:

“Non vedo l’ora di poterlo provare e appena riuscirò ve ne parlerò dettagliatamente in un altro articolo!”

“Appena riuscirò”, nel calendario di Whittled Lovelies, può evidentemente significare anche quattro anni. L’importante è non specificarlo nelle condizioni contrattuali. 😂

Finalmente sono arrivata al Canyon Rio Bello – Il Sentiero delle Favole, nella Riserva naturale dei Ciciu del Villar, a Villar San Costanzo.

Già il luogo merita una visita indipendentemente dal legno. I Ciciu sono curiose colonne di erosione formate da un gambo di terra rossastra sormontato da un masso di gneiss. Non sono le colonne ad avere “sollevato” le pietre: è stato il terreno circostante a essere progressivamente portato via dall’acqua e dagli agenti atmosferici, mentre la parte protetta dai massi è rimasta in piedi.

Il risultato è un bosco popolato da enormi funghi, a metà strada fra geologia e fiaba. Ed evidentemente qualcuno ha pensato che in questa già interessante area mancassero soltanto degli animali di legno!

Il Sentiero delle Favole è stato inaugurato nel maggio 2022. È un percorso didattico ad anello di circa 800 metri, semplice e pensato soprattutto per famiglie e scuole. Lungo il canyon, negli anfratti, fra gli alberi e accanto alle rocce si nascondono 21 sculture dell’onnipresente Barba Brisiu, tanto bravo quanto prolifico: ovunque vada, una sua opera sembra essere arrivata prima di me. 🤣

Gli animali rappresentano specie presenti nella Riserva, ma sono umanizzati e impegnati nei mestieri tradizionali. Ogni personaggio unisce natura, simpatia e memoria del lavoro: il bosco diventa una piccola comunità e gli animali si fanno custodi di attività che la modernità rischia di rendere sempre meno visibili.

Scultura in legno di un topo vestito da cuoco lungo il Canyon Rio Bello, nella Riserva dei Ciciu del Villar.

La parte divertente consiste nel cercarli. Alcune figure si mostrano immediatamente; altre chiedono un minimo di attenzione. Il percorso funziona proprio perché non mette tutto in esposizione come sugli scaffali di un negozio. Bisogna guardare tra le rocce, seguire il rio, purtroppo secco durante la mia visita, e concedersi il tempo di scoprire chi sta lavorando dietro il prossimo angolo.

È una passeggiata breve, ma non vuota. Dimostra che la qualità di un’esperienza non dipende necessariamente dai chilometri o da una quantità smisurata di opere, ma dalla relazione costruita fra le sculture, l’ambiente e il racconto.

Rio Bello mantiene anche la promessa che avevo intuito anni fa: usare l’intaglio per avvicinare i bambini alla fauna, ai mestieri e alla natura senza trasformare tutto in una lezione con l’aria severa. Si impara quasi senza accorgersene, che è spesso il modo migliore per imparare.

La descrizione ufficiale e le informazioni aggiornate si trovano nella pagina dedicata al Canyon Rio Bello e sul sito della Riserva dei Ciciu del Villar.

Dalla Valle Maira alla Valle Varaita

Per il secondo giorno ho cambiato valle.

Un passaggio alpino fra le due valli, in realtà, esiste ed è decisamente spettacolare. Quando è aperto e percorribile, dalla Valle Maira si può salire attraverso le borgate di Stroppo, passando per la bellissima Morinesio, raggiungere Elva e poi valicare il Colle di Sampeyre, a 2.284 metri, scendendo direttamente in Valle Varaita. Per chi si trova nella media o alta Valle Maira è un’alternativa molto panoramica che evita di tornare fino in pianura.

Attenzione però: il Colle di Sampeyre è un valico di alta montagna con apertura stagionale: prima di sceglierlo occorre sempre controllare le condizioni e le ordinanze dei Comuni di Elva e Sampeyre.

Io volevo percorrere la Valle Varaita dal basso verso l’alto e vederla cambiare man mano che guadagnavo quota. Così ho scelto la soluzione meno cinematografica: sono ridiscesa verso la pianura, mi sono spostata da una valle all’altra e ho ricominciato a salire.

Chianale:
il legno dentro l’architettura alpina

La meta più alta della giornata era Chianale, in Valle Varaita che si trova a 1.802 metri ed è l’abitato più elevato dell’antica Castellata, ultima tappa prima del Colle dell’Agnello che porta in Francia. Il torrente Varaita divide il borgo in due parti, unite dal suo caratteristico ponte di pietra. Qui il legno non ha bisogno di un sentiero tematico per farsi notare. È dentro il paese.

Le case alternano pietra, ardesia e legno, con i tetti coperti dalle tradizionali lose. Molti edifici sono stati restaurati conservando l’aspetto dell’architettura alpina e passeggiare fra le vie significa incontrare continuamente travi, balconi, porte, vecchi utensili e oggetti che raccontano il lavoro e la vita quotidiana di montagna.

È questo il genere di luogo in cui la mia andatura rallenta in modo preoccupante. 🤣 Una persona normale vede una bella casa e prosegue. Io devo esaminare il portone, capire se quella trave è antica (e qui ne ho notate alcune anche del 1600!!), osservare come è stato riparato un balcone e stabilire se l’attrezzo appeso alla parete sia decorazione, memoria familiare o entrambe le cose.

Antica casa con balcone in legno e vecchia insegna di un negozio lungo una via di Chianale, in Valle Varaita.

Nei pressi di un locale che raccoglie anche oggetti del passato ho incontrato alcune belle statue lignee. Non sono abbastanza numerose da trasformare Chianale in un paese di sculture e, in fondo, non serve.

Qui il valore è nell’insieme: nelle opere, nel legno strutturale, negli oggetti conservati e in un’architettura restaurata senza cancellarne completamente l’identità. Il passato non è stato imbalsamato, ma reso nuovamente abitabile.

Torrette:
quando un borgo diventa racconto

Scendendo lungo la Valle Varaita mi sono fermata anche nella borgata Torrette, La Toureto in occitano, nel territorio di Casteldelfino.

  • Approfondimento

    “Occitano” indica ciò che appartiene alla lingua e alla cultura dell’Occitania, una vasta area storica che attraversa gli attuali confini di Italia, Francia e Spagna. Il nome deriva da òc, la parola usata per dire “sì” nella lingua occitana, o lingua d’oc.

    In Italia l’area occitana comprende numerose valli delle Alpi occidentali piemontesi, oltre ad alcune comunità in Liguria e a Guardia Piemontese, in Calabria. La Valle Maira e la Valle Varaita, protagoniste di questo viaggio, sono due di queste.

    L’identità occitana non vive soltanto nella lingua, ma anche nei nomi dei luoghi, nella musica, nelle danze, nelle leggende, nei mestieri e nel modo in cui le comunità hanno abitato e lavorato la montagna. È un patrimonio di tradizioni, conoscenze e memoria che continua a unire territori oggi separati dai confini.

    In Italia la lingua occitana è riconosciuta e tutelata come minoranza linguistica storica dal 1999.

Torrette è arroccata su uno spuntone roccioso e in passato occupava una posizione strategica come avamposto del territorio delfinale. Anche qui il recupero degli edifici ha restituito bellezza e leggibilità all’architettura alpina: pietra, legno, passaggi stretti, cortili e dettagli che invitano a camminare piano.

Sulle case compaiono oggetti antichi, attrezzi, decorazioni e opere di mani differenti. Le statue in legno sono decisamente più presenti che a Chianale e alcune ricordano gli antichi mestieri itineranti e l’emigrazione degli abitanti delle valli.

Statua in legno di una donna che fila la lana, con antichi attrezzi e ceste, nel borgo di Torrette a Casteldelfino.

Torrette è diventata una specie di racconto diffuso, costruito attraverso oggetti, sculture e memoria. Ed è forse questo l’aspetto più interessante.

Un borgo non si salva semplicemente restaurando la struttura. I muri sono indispensabili, naturalmente, soprattutto se preferiamo che il tetto rimanga sopra la nostra testa. Ma per mantenere vivo un luogo occorre restituirgli anche una storia condivisa e una ragione per essere attraversato, conosciuto e ricordato di nuovo.

In paesi che hanno vissuto lo spopolamento e l’emigrazione questo conta. Il turismo non risolve automaticamente i problemi della montagna, ma un turismo curioso e interessato alla cultura locale può contribuire a mantenere viva l’attenzione.

Anche se le statue non fanno miracoli da sole, possono però attirare uno sguardo, provocare una cusiosità e far fermare una persona che altrimenti sarebbe passata lungo la strada principale senza sapere che, poco più in là, esisteva una stupenda borgata.

Il Sentiero dei Sarvanot e
la cascata Tumpi la Pisso

L’ultima tappa è stata Rore, frazione di Sampeyre, per raggiungere la cascata Tumpi la Pisso lungo il Sentiero dei Sarvanot.

I Sarvanot appartengono al patrimonio leggendario delle vallate alpine. Sono descritti come piccoli esseri dall’aspetto umano, pelosi, schivi, intelligenti e molto permalosi. Vivono nei boschi, fra le radici e negli anfratti delle rocce; escono spesso di notte e amano fare dispetti agli esseri umani.

Le installazioni li rappresentano spesso in modo fantasioso e persino buffo, ma io continuo a trovarli piuttosto inquietanti. Gli gnomi possono anche avere un’aria amichevole; i Sarvanot, invece, mi trasmettono la sensazione che sia meglio non voltare loro le spalle troppo a lungo. Il che, invece di guastarmi la passeggiata, aggiunge al sentiero la giusta dose di suspense. 😎🕵️

Il percorso parte da Rore, a circa 890 metri, e segue il Rio Cantarana attraverso il bosco. Per raggiungere la cascata occorre all’incirca mezz’ora; l’anello completo descritto da Alpi Cuneesi misura circa 2,6 chilometri e richiede normalmente poco più di un’ora, senza contare il tempo necessario a cercare tutte le creature e a domandarsi se una di loro si sia appena mossa. 😳🤔

Sarvanot intenti a lavare e stendere il bucato nel ruscello lungo il Sentiero dei Sarvanot di Rore, in Valle Varaita.

Lungo il cammino compaiono ponti, pannelli e installazioni, alcune sono semplici, altre davvero fantasiose; certe soluzioni sfruttano con intelligenza forme, cavità e materiali già presenti nel bosco. Non tutto deve essere tecnicamente perfetto o monumentalmente scolpito per funzionare. A volte l’idea giusta, collocata nel punto giusto, riesce a creare un’interazione molto più forte di un’opera isolata.

La natura, qui, non fa da sfondo: è parte della scenografia. Il rumore dell’acqua cresce avvicinandosi alla cascata Tumpi la Pisso, il sentiero attraversa più volte il rio su ponti sospesi spettacolari e le figure sembrano osservarci da punti nei quali, senza di loro, forse non avremmo posato lo sguardo. Anche dimenticando per un momento i Sarvanot, il paesaggio offre da solo un’esperienza bellissima.

Le installazioni aggiungono però il livello della leggenda. Grazie al lavoro dell’associazione culturale Lu Rure, che cura il percorso e ha raccolto le storie locali, una creatura della tradizione orale non rimane chiusa in un libro. Torna ad abitare simbolicamente il proprio ambiente e permette a chi cammina di incontrare una parte dell’immaginario occitano. Il bosco, le opere e i racconti finiscono così per sostenersi a vicenda.

Un altro Sentiero di Sarvanot

Se il mondo dei Sarvanot vi incuriosisce, in Valle Grana, sempre nel Cuneese, esiste un altro percorso simile: il Sentiero del Sarvanot di Monterosso Grana.

Spettacolari cerchi di liane intrecciate lungo il Sentiero del Sarvanot di Monterosso Grana.

Anche qui si incontrano Sarvanot, alcune statue intagliate, installazioni di land art, come questo bellissimo passaggio di liane intrecciate, e altre simpatiche sorprese nascoste nel bosco. Se dopo Rore non avete ancora esaurito la voglia di essere osservati da strane creature fra gli alberi, potrebbe essere una bella idea per un’altra giornata.

Una traccia completa del percorso è disponibile su Wikiloc. L’itinerario proposto comprende anche due deviazioni verso San Pietro e la Cappella della Madonna della Neve, quindi è più lungo del solo Sentiero del Sarvanot.

Il legno come filo conduttore di un territorio

Alla fine del weekend avevo visto cose molto diverse: sculture realizzate con la motosega, piccoli interventi creativi, animali trasformati in lavoratori, esseri leggendari, case restaurate, utensili, mulini, ponti, travi e porte. A unirle non era semplicemente la presenza fisica del legno, ma la capacità di questo materiale di far parlare i luoghi.

Questo è il wood turismo che interessa a me: non una caccia alle attrazioni più grandi o spettacolari, ma un modo per mettere in relazione natura, creatività, abilità artigiana e patrimonio culturale. Un invito a uscire dal laboratorio e osservare che cosa hanno fatto del legno altre mani, altre comunità e altri secoli.

Visitare un piccolo borgo, fermarsi, leggere un pannello, entrare in un museo, acquistare da un artigiano locale o raccontare un sentiero non risolve da solo il problema dell’abbandono. Aiuta però a riconoscere che quel luogo possiede un valore. E il valore, prima di poter essere protetto, deve essere visto.

Il legno è particolarmente adatto a questo compito perché porta il tempo sulla propria superficie. Invecchia, cambia colore, conserva i segni degli utensili e quelli delle stagioni. Non finge di essere eterno, ma può durare abbastanza da collegare persone lontane fra loro.

Forse è proprio questo che cerco quando parto per un viaggio di wood turismo: non soltanto nuove opere da ammirare, ma le tracce del rapporto fra le persone e il materiale che amo. Poi certo, se lungo il percorso trovo anche uno gnomo, un animale intagliato o un Sarvanot sufficientemente non inquietante, non mi offendo.

Alla prossima, ciao! 🤗😘


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